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Nei teatri raccogliendo visioni, annotando riferimenti, dettagli, illuminazioni, rispondendo a richiami sonori e musicali, sfruttando ogni occasione per percepirne l’interna vibrazione. Un teatro è abitato o vuoto, assorto in se stesso, in denso silenzio o invaso da brusii. Un rumore passa e risuona sulla scena, la attraversa, si fissa, vaga, o scende dall’alto della graticcia associato a grappoli di luci o pezzi di scena, colonne, fondali.
La magia del teatro non è soltanto ciò che accade, prima, durante, o dopo la scena, al suo interno: vi è uno spazio più vasto in cui il teatro respira. Si può entrare in questa dimensione pensando al teatro come una architettura in armonia con lo spazio circostante, in cui riposa, di cui si nutre, vicino a ciò che si è modificato intorno, nel tempo. Un grande teatro di tradizione in attività e il teatro assopito, o chiuso, di un piccolo centro condividono questo modo caratteristico di stare nello spazio, di mutarne i lineamenti e i contorni e di essere a loro volta ridisegnati, si tratti di impercettibili come di più evidenti cambiamenti del paesaggio.
In teatro si starnutisce facilmente per la polvere, specie in area palcoscenico, e anche per le correnti, a dire il vero. Le macchine fotografiche sono a rischio, infi ltrazioni di polvere possono inquinare apparecchio e fotogramma, ma il teatro pare coltivare gelosamente la propria polvere. In teatro, luogo principe della convergenza multipla degli sguardi e dell’ascolto, l’apparecchio meccanico per fare fotografie è presenza problematica e, in fondo, sgradita, estranea. Produce rumore, distrae, è oggetto sfacciato come del resto la presenza stessa dell’operatore. Che si crede di poter fare costui, catturare l’inafferrabile? Eppure lo scopo di creare una memoria custodita nella emulsione fotografica è da sempre chiaro sia a chi documenti sia a chi, più consapevolmente, interpreti. Che questa memoria viva di dati analogici e digitali corrisponde allo sviluppo naturale della tecnica. In questo libro, tuttavia, l’assoluta maggioranza delle fotografie proviene da negativi e diapositive, per così dire, tradizionali. Oggi l’occhio fotografico digitale, divenuto assai potente e capiente, aiuta, eccome, in questo specifico campo, a leggere ombra e penombra, a estendere la gamma tonale, a bilanciare i contrasti, a tarare la giusta temperatura-colore, a darci un quadro visivo più chiaro e profondo.
In scena qualcosa continua ad apparire e scomparire, oscillare: buio-luce, buio-luce; qualche tonfo sordo, il ritmo di passi sul palcoscenico, altri in galleria, altri – i nostri – in platea quando cerchiamo la posizione migliore per spiare ciò che accade in scena. Si susseguono immagini e figure sfuggenti, per lo più colte con la coda dell’occhio, o persino immaginate, quasi intrusioni in quei luoghi ‘sacri’. Entrano, affacciandosi istantaneamente, nel cono visivo, a far ‘coro’ nel quadro sinestetico. Il ritorno alla realtà è aderire alla rappresentazione, al flusso musicale in corso fotografandolo attentamente, scegliendo con cura e rapidità tempi, diaframmi, obiettivi, inquadrature, momenti, attimi.
Chi ha familiarità con gli spazi di un teatro, incluse le parti più riservate, sa di molte musiche, passate in quegli ambienti pieni di velluti, stucchi, specchi, che là hanno riverberato o che potrebbero farlo da un momento all’altro scompaginando sonnacchiose abitudini.
Da trent’anni, almeno, siamo vicini al mondo del teatro, ritratto nelle sue angolature più diverse, in infinite variazioni di luce, a volte in condizioni anche proibitive per la macchina fotografica; muovendoci negli spazi più nascosti e improbabili intorno ai palcoscenici eravamo, e siamo, ancora oggi, spinti dalla curiosità per la magia di questa realtà e dimensione, uno spazio di emozioni che si ricrea nelle immagini, scoperto e colto nell’istante di uno scatto, ma che è spesso invisibile a occhio nudo. Fotografare i teatri così come sono non è semplice, sia che ci si lavori o che li si visiti; prevale la penombra e la luce avara crea problemi, seppure non insormontabili. La available light, quella cioè che si trova in ambiente, si lascia affrontare volentieri sulla base della esperienza e di un approccio semplice e rilassato.
Come si pongono i teatri allo sguardo? Sia esso scandito in rapide sequenze o si distenda su un tempo lungo, meditato e lento, si tratta di una visione di per sé spettacolare e di una messa in scena dello sguardo. Non drammatizzazione o sceneggiatura, bensì misura della riconoscibilità di costanti sintattiche che, per contro, fanno risaltare peculiarità e differenze immediatamente. È poi essenziale abbandonarsi all’istinto, soprattutto nei primi istanti di veloce scansione, in cui alcuni squarci dettati dal punto di vista, spesso forzato verso l’alto, colgono prospettive ardite, avvolgenti, realmente da capogiro. |
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